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Lettera aperta a Ipazia di Wanda Russo

Dalla tua biografia risulta inequivocabilmente che non è stato un vago “istinto di morte” a porre fine all tua esistenza così ricca di interessi e di impulso positivo alla vita, ma piuttosto l’invidia che ha armato la mano degli assassini. A distanza di molti secoli tu rinasci dalle ceneri per rappresentare un simbolo di impegno “etico” di cambiamento o trasformazione di una società, per molti aspetti, alla deriva.
Potrebbe sembrare un progetto utopistico, il sogno di un “visionario” che non si arrende e che non teme di parlare ai sogni degli altri individui.
Per me non ci sono sogni o ancora meglio, per fortuna che ci siano i sogni a dare impulso alla volontà di fare, altrimenti la mente dell’uomo, priva di contenuti, diventerebbe sterile.
Ma la storia dell’umanità o la “cultura” ereditata pesa come un macigno irremovibile e forse, per la realizzazione dell’impossibile, sarebbe necessario conoscere come funziona, quali sono i meccanismi in ombra della mente dell’uomo. Abbiamo molti esempi luminosi, uno per tutti Gesù che ha indicato la strada da seguire ma neanche Lui è riuscito a “trasformare”.
Il sole è stanco, perché vede continuamente i costruttori e i demolitori, in una continua osmosi di aspirazioni e di delusioni, di eroismi e di inutili violenze. Nello specifico il programma di Ipazia è concreto, si basa sulla percezione, oserei dire profetica, degli impulsi innovativi del nostro secolo, sugli elementi “in nuce” che avranno sicuramente enormi conseguenze per il futuro: le tecniche globali di informazione, la mobilità delle intelligenze, i movimenti dei popoli, e il cambiamento del concetto di potere nel concetto di leadership, di guida, che non può prescindere da chi collabora, ad ogni livello, alla realizzazione di un bene comune.
Ma ho come l’impressione che se non si realizza uno studio serio sul meccanismo che produce l’invidia che ha interrotto crudelmente e violentemente la tua vita, la tua anima Ipazia, vagherà ancora a cercare giustizia.
Sei sicuramente nata molto tempo prima dei tempi, ma probabilmente anche se fossi nata oggi avresti subito la stessa sorte, con modalità diverse, perché l’invidia ancora impera.
Il progetto, in tuo nome, cercherà di modificare il tuo destino, e mi sembra una intezione positiva, cercherà di renderti giustizia e, chi lo può dire, forse riuscirà a darti pace.
Pensieri su Ipazia
Ogni giorno la mia mente trova spunti diversi ed interessanti. La figura più significativa del mito, su cui si sono confrontati i più grandi pensatoti ed i più grandi artisti, è la figura di Prometeo, che sfida Zeus (gli dei) per dare agli uomini, molto generosamente, il dono del fuoco.
Prometeo rappresenta, nella sfida agli dei, non solo il pensiero indipendente ma la coscienza dell’uomo. Zeus lo punisce, come tu forse ricorderai, legandolo ad una rupe e facendogli divorare da un’aquila il fegato, ogni giorno fegato si ricostituiva) per l’eternità.
Esiodo, Eschilo, Platone, ed in seguito Goethe, Shelley, Monti, Spitteler, Beethoven, Liszt, Faurè, si sono confrontati con la figura mitica di Prometeo, proprio perché sta a rappresentare non solo l’inviolabilità della persona, ma la coscienza della propria inviolabilità, che è sacra o che diventa sacra proprio nella sfida agli dei. Prometeo non si asserviva agli dei neanche dalla condanna o nella condanna eterna. Poi c’è un’altra figura mitica, il Prometeo liberato, perché sembra che sia stato liberato da Ercole (la forza).
Senza la coscienza non è possibile nessuna Etica. Ed arriviamo perciò al programma di Ipazia.
C’è una grossa novità nel programma di Ipazia che allude ad un cambiamento totale di prospettiva.
Ipazia è una donna e sono molti quelli che pensano che una risoluzione più positiva per il futuro dell’umanità debba venire dalla donna, perché la donna ha un dono o una marcia in più in relazione all’uomo, è portatrice di vita. E lo è non per particolari meriti personali, ma per natura.
Ma ovviamente, nell’abito sociale, dei rapporti e relazioni sociali, è la morale individuale e perciò l’etica sociale che farebbe la differenza. Abbiamo culturalmente pensato sempre che la morale ci venisse da Dio, perdendo, di fatto, l’attitudine al pensiero autonomo e soprattutto alla coscienza individuale. Per fare un discorso etico dobbiamo riappropriarci sia del pensiero autonomo, non indotto, sia della coscienza, pensando che l’etica non sia appannaggio esclusivo della fede, ma che esiste una morale laica, che ci deriva direttamente dalla coscienza. L’etica è un discorso di vita (il dono del fuoco), non di morte.
Wanda Russo, nata a Foggia, si è laureata in Filosofia a Roma. Appassionata di psicoanalisi, ha insegnato per quarant’anni storia e filosofia ed è madre di due figli. Ha pubblicato Storie di emozioni (Firenze, 1998) e Il mare di notte – Alla ricerca del linguaggio della donna madre.
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